Traduzione: dove parti, dove arrivi?
Ingenuamente pensavo che le traduzioni si facessero solo da una lingua ad un’altra. Invece lì ho scoperto la traduzione “italiano-italiano”, lavoro che mi ha appassionato moltissimo, facendomi fare delle bellissime scorribande nella lingua italiana e, cosa ancora migliore, mi ha fatto scoprire tutti i miei limiti. Oltre ad essere una palestra utilissima per imparare ad usare meglio la nostra lingua, è un metodo per l’agenzia per risparmiare qualche denaro. L’”esercizio” era utilizzato per le traduzioni dall’italiano verso una lingua straniera (90% delle volte inglese): venivano individuati i punti problematici e quindi “tradotti” in italiano, cioè parafrasati, per il traduttore straniero. Il vantaggio era doppio: il traduttore trovava la strada più libera ed era quindi più veloce, il revisore impiegava meno tempo a correggere perché il testo era già stato praticamente impostato. Ovviamente, il gioco vale la candela se si è bravi e veloci con l’italiano. Permette inoltre di fare una riflessione preliminare sul testo che si sta assegnando, e allo stesso tempo avere già una traccia di quella che sarà la traduzione. Lavoro di grande abilità, che ho fatto con la “sposata” alla traduzione: mi ha molto bacchettato, ma ancora la ringrazio perché in due minuti ha “radiografato” i miei plus e minus…
Annapr ha accettato di raccontarci la sua esperienza in agenzia. Qui di seguito il suo resoconto!
Agenzia: un po’ dentro e un po’ fuori dal mondo
Il lavoro del traduttore è un lavoro di precisione, di cesello, instancabile e assolutamente costante. E’ forse una banalità, ma finché non ho provato io a cesellare e a faticare su un testo, non mi ero resa conto di quanto fosse vero. La prima reazione è stata di grande rispetto per questo lavoro, la seconda di essermi immersa in un mondo a parte, un po’ chiuso in se stesso, e che mi confermava anche l’immagine (sì, stereotipata) del traduttore con il naso sul dizionario – diciamo di fronte al monitor. Per me, che sono abituata a dividermi, sì, tra computer e telefono, ma anche appuntamenti e trasferte fuori ufficio è stato un delirio scoprire che la sera ero veramente distrutta – occhi compresi.
Un po’ mi giustificavo perché non ero abituata, ma un po’ mi ha fatto riflettere sulla tipologia di lavoro. A parte l’attenzione quasi maniacale al dettaglio (sia terminologico, che tipografico), il contatto con il mondo si riduce veramente alla (breve) chiacchiera con il vicino revisore e alle mail dei lavori in entrata. Uno dei due revisori mi ha anche confessato che si annoiava abbastanza, ma tutto sommato riusciva ad alternare traduzione in agenzia e interpretariato alle fiere. L’altra, invece, si vedeva decisamente “sposata” alla traduzione e credo non potrebbe fare nient’altro nella vita.
Io invece sì!